News - Energie rinnovabili 14-06-2017

La Repubblica, 13 giugno 2017 - Il boom dell’energia pulita.

Sole e vento a buon mercato per far decollare il continente.
Ancora un anno fa, i modelli econometrici preparati dagli uffici studi delle grandi compagnie petrolifere non lasciavano dubbi: fino al 2040, i combustibili fossili – petrolio, gas, carbone – sarebbero stati i padroni del mix mondiale dell’energia. E pazienza per le conseguenti emissioni di Co2 e l’effetto serra. Inevitabile, dicevano gli economisti di Big Oil, come la matematica: basta ricordare che i paesi emergenti sono diversi dai paesi sviluppati. Un’economia moderna consuma sempre meno energia: Google ne ha bisogno di una quota minima rispetto ad una grande acciaieria. E, dunque, in Occidente se ne consuma sempre meno. Ma i paesi emergenti funzionano ancora vecchio stile, sono quelli delle acciaierie e continueranno a divorare energia. Saranno perciò i consumi della Cina, dell’India, dell’Africa ragionavano a Houston, ad assicurare un sereno futuro, almeno per qualche decennio, a Big Oil.

E, invece, no. I dati di questi mesi dicono che Cina e India si stanno muovendo con velocità inaspettata verso ritmi da Vecchio Mondo, riducendo drasticamente il rapporto tra energia e sviluppo, cioè la quantità di energia necessaria a generare un dollaro di prodotto interno lordo in più. A Parigi, alla conferenza contro il riscaldamento globale del 2015, Pechino e New Delhi avevano preso impegni per bloccare questo rapporto e contenere le emissioni di Co2, fissando il traguardo al 2030. Ci arriveranno 10-15 anni prima del previsto, compensando l’anidride carbonica in più che emetterà l’America di Trump. A Houston, insomma, non avevano calcolato la velocità di diffusione delle energie rinnovabili. Dovranno rivedere i loro calcoli. Anche più di una volta. Perché qui vale l’effetto-valanga. Con Cina e India c’è il resto del mondo in via di sviluppo, a cominciare dal grande gigante addormentato: l’Africa. Gli economisti (anglosassoni) lo definiscono “il salto della rana”. È il processo per cui un paese arretrato salta diversi stadi di sviluppo, portandosi al livello dei paesi più avanzati. Uno spettacolare salto della rana lo abbiamo visto con i telefoni. L’Africa ha scavalcato a pie’ pari la fase del telefono fisso e via filo per approdare direttamente ai cellulari. Può avvenire lo stesso con l’energia?
La partita ha un impatto diretto sulle emissioni di Co2 mondiali e sull’effetto serra, pari all’arretrato di energia del continente più povero. Oggi, 175 milioni di nordafricani consumano, ognuno, 1.574 kilowattora (kwh) l’anno. I 327 milioni di abitanti dell’Africa occidentale soltanto 188 a testa e i 303 milioni dell’Africa orientale neanche la metà. Per forza: a ovest solo metà degli abitanti ha accesso all’elettricità e a Est un quarto. Darla agli oltre 600 milioni di africani che, oggi, non saprebbero dove infilare una spina, significa raddoppiare, probabilmente triplicare i consumi di elettricità. E, quindi, secondo i parametri di oggi, i consumi di combustibili fossili, visto che la corrente, in Africa, arriva soprattutto da carbone, petrolio, carbone, mentre le rinnovabili toccano appena il 5%. Tuttavia, la logica economica dice il contrario: il rapporto va invece rovesciato, i livelli di energia eolica e solare del 2013 vanno moltiplicati per dieci. Non costa poco. Secondo l’Irena, Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, vuol dire investire 70 miliardi di dollari l’anno fino al 2030. Anche le centrali tradizionali, però, andrebbero costruite e costano. E le rinnovabili sono una opportunità. «Le risorse dell’Africa in materia di vento e di sole sono gigantesche», dice Duncan Callaway, che le ha inventariate per l’università di Berkeley. E sono convenienti. Eddie O’Connor, ad di Mainstream, società irlandese che, insieme al fondo Rockefeller e alla Banca Mondiale sta investendo nelle energie alternative del continente, non ha dubbi: «In Sudafrica, un kilowatt da vento costa il 50% in meno di un kilowatt da carbone». In realtà, è anche difficile tenere il conto. L’Irena, nel 2014, aveva calcolato, per il fotovoltaico, un costo a kilowatt fra 13 e 26 centesimi di dollaro e sembrava un successo un appalto sudafricano a 7,5 cents. Ma l’ultima commessa in Marocco prevede la fornitura da fotovoltaico a 3 cents al kwh. In Egitto, l’energia eolica non vale più di 4 cents. I combustibili fossili costano oramai anche il doppio.
Commesse, appalti, progetti, spesso con finanziamenti internazionali, si moltiplicano. In Marocco, un paese abituato a importare il 96 per cento del suo fabbisogno di energia, il complesso di quattro centrali solari di Noor potrà generare energia per 560 Megawatt, l’equivalente di una buona centrale tradizionale. A questo si affiancano le 5 centrali eoliche che l’Enel costruirà per 850 Mw, quanto metà di un grosso impianto nucleare. Un altro grappolo di centrali solari, a Ben Ban, nell’Alto Egitto, avrà una capacità di quasi 2 Gw, più della centrale atomica finlandese di Olkiluoto. Fra tre anni, il Marocco solo con il solare coprirà il 12 per cento del suo fabbisogno energetico, l’Egitto l’8, l’Algeria il 15 per cento. Fra il 2013 e il 2014 la produzione di energia eolica è quasi raddoppiata a Nord, a Sud e a Est, le aree del continente più esposte ai venti.
Ma non ci sono solo i grandi impianti. In Africa, dove i bisogni sono ancora piccoli, piccoli investimenti possono dare risultati enormi e segnare il futuro. In Kenya e Tanzania, il boom dei pannelli solari cinesi sui tetti ha portato il totale del fotovoltaico casalingo ad una capacità di 10-12 Mw. Sembra una nota a margine nella mappa dell’energia. Ma per famiglie che non chiedono più di 20 watt, 10 Mw (cioè 10 milioni di watt) significano mezzo milione di case con l’elettricità. La rivoluzione dell’energia africana viaggia così.

 
 

100% rinnovabili ora! - Francesca Sartogo
 
 
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