rassegna stampa - Energie rinnovabili 29-10-2012

Piano energetico, la prima sfida è investire in reti e tecnologie

Risale al 1988 l’ultimo Piano energetico nazionale. E in questo quarto di secolo, molte trasformazioni hanno rivoluzionato lo scenario su scala globale: dai trend dei consumi alla disponibilità delle fonti, dall’impatto ambientale alla lotta contro l’inquinamento e alla cultura del risparmio. È già un fatto positivo e apprezzabile perciò che il governo dei tecnici, nell’orizzonte definito del suo mandato, sia riuscito a varare una bozza programmatica su cui aprire una consultazione pubblica che risulterà impegnativa e vincolante per chiunque verrà dopo. Questo è, in realtà, il primo passo concreto e indispensabile per riavviare la produzione, alimentando la ripresa economica e accrescendo la competitività del nostro Paese sui mercati internazionali. Senza energia, a condizioni di sicurezza e a costi giusti, non c’è sviluppo. E quindi non c’è occupazione, lavoro e benessere. E anche se il Piano si proietta necessariamente nel futuro, cioè nella prossima legislatura e anche oltre, rappresenta un caposaldo nella politica industriale dell’Italia di domani. Nel merito, si può e si deve senz’altro discutere di tanti aspetti tecnici ed economici ancora da chiarire, verificare e approfondire. Ma questa volta non si tratta di un “libro dei sogni”. Il Piano contiene numerosi elementi sostanziali, con impegni e obiettivi precisi. Se poi la politica, di destra, di centro o di sinistra, dopo 24 anni di inerzia e d’impotenza non sarà capace di tradurli in scelte e provvedimenti, si assumerà un’ulteriore grave responsabilità di cui dovrà rendere conto ai cittadini italiani. Alla base della Strategia energetica nazionale predisposta dal governo Monti, c’è la consapevolezza che la prima fonte già a nostra disposizione è il risparmio energetico: inteso qui non tanto come riduzione dei consumi superflui, degli sperperi e degli sprechi che pure vanno contrastati a livello individuale e collettivo, dalle abitazioni agli uffici e alla fabbriche; quanto soprattutto nel senso dell’efficienza energetica che vuol dire ricerca e tecnologia e dunque offre anche un’opportunità di business. Dalle lampadine domestiche ai motori delle nostre automobili, sappiamo tutti ormai per esperienza diretta che – a parità di utilizzazione – è possibile consumare e inquinare di meno. Un altro dato apprezzabile del Piano, niente affatto scontato dopo le improvvide sortite iniziali del ministro dell’Ambiente, è che – almeno a giudicare dalla prima bozza – non contempla alcuna tentazione o rigurgito nucleare. Dopo l’esito dell’ultimo referendum popolare, questo per noi è un capitolo che va chiuso definitivamente. E a quanto pare, come auspicavano da sempre gli ambientalisti, l’esempio dell’Italia sta facendo scuola anche oltralpe, dalla Francia alla Germania. La verità, spesso dissimulata o addirittura occultata dalla lobby filo-nucleare, è che oggi le nostre centrali sono in grado di produrre più energia di quanta ne serve. Certo, per una serie di ragioni di carattere geo-politico, è opportuno ridurre progressivamente gli approvvigionamenti dall’estero: e infatti, secondo il Piano di Passera, l’import dovrebbe scendere dall’84% al 67% entro il 2020.

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100% rinnovabili ora! - Francesca Sartogo
 
 
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