News - Convegni 07-12-2011

IX Congresso nazionale di Legambiente

Nel buio pesto della crisi più grave dal dopoguerra, è un messaggio di ottimismo e di speranza quello che lancia da Bari il Congresso nazionale di Legambiente, convocato per la prima volta in una grande città del Mezzogiorno. Non l' ottimismo insulso e di maniera ostentato dall' ex governo Berlusconi, per occultare o rimuovere l' emergenza economica e sociale. Né la speranza delle utopie o delle illusioni. Ma piuttosto l' «ottimismo della volontà» di gramsciana memoria, cioè un atteggiamento favorevole al cambiamento; e la speranza di migliorare la realtà con l' impegno individuale e collettivo. Non è evidentemente occasionale la scelta di Legambiente, in una congiuntura difficile come questa, di celebrare il suo nono Congresso in una capitale del Mezzogiorno. Nelle intenzioni dell' associazione guidata da Vittorio Cogliati Dezza, come ha spiegato lui stesso nella relazione d' apertura, vuol essere una sfida a quello "sviluppo sporco"- sia in senso ambientale, sia nel senso dell' illegalità diffusa - che purtroppo caratterizza gran parte dell' economia meridionale. Proprio dal Sud, insomma, può ripartire la riconversione ecologica della "green economy", all' insegna delle energie rinnovabili, dei "prodotti verdi", del rilancio dell' agricoltura e anche del turismo. È la stessa crisi globale a offrire oggi all' ambientalismo un' occasione storica per innescare il cambiamento della società e ridurre le disuguaglianze. «Il futuro - avverte il presidente Cogliati Dezza - non è la prosecuzione del presente; il futuro è già adesso». E perciò, in nome di un "green new deal" imperniato sull' uscita dai combustibili fossili, sulla rigenerazione delle cittàe sulla sicurezza del loro territorio, Legambiente propone al governo Monti di adottare una "patrimoniale verde" che in una logica fortemente progressiva penalizzi i consumi energivori e impattanti: vale a dire quelli che "consumano" più suolo o più beni comuni e che inquinano di più. L' ambiente, dunque, come regolatore dello sviluppo, all' insegna di un moderno riformismo ecologista. La crisi climatica che si combina con la crisi economica. Ma a uno "sviluppo sostenibile", invocato anche dal neo-ministro Corrado Passera, deve corrispondere - come qui scriviamo da tempo - un "ambientalismo sostenibile", cioè compatibile con il progresso e con il benessere. Altrimenti, si rischia di regredire nella conservazione dell' esistente o di adottare più o meno consapevolmente il rifiuto ideologico del cambiamento. Il fatto è che in questo passaggio epocale lo stesso ambientalismoè tenutoa fornire risposte, concrete e praticabili, all' esigenza di modernizzazione del Paese. Magari al di là dei propri confini e dei propri steccati. Occorre - per così dire - un' opera di apostolato, o addirittura di evangelizzazione, per diffondere la cultura del limite, della qualità e della bellezza, in tutto il corpo sociale. E questo, anche oltre l' orizzonte della sinistra progressista e democratica. Ha senz' altro ragione allora il presidente di Legambiente ad affermare che "il liberismo è nemico dell' ambiente". Ma, rivendicando legittimamente la tradizione costruttiva, pragmatica e trasversale della sua associazione, ha ancor più coraggio a dire "siamo vecchi noi se pensiamo che il nostro ruolo sia solo quello di fare il controcanto agli inquinatori o di fare le sentinelle che annunciano disastri e profetizzano catastrofi". Ovvero, a censurare "quell' ambientalismo che pensa di essere nel giusto solo perché estremizza le soluzioni proponendo velleitarie ipotesi di rifiuti zero o, giocando anch' esso sulle paure della gente, presenta il proprio inquinamento come il più grave del mondo, senza saper porre le distanze tra una centrale nuclearee un rigassificatore, tra un capannone di amianto e un campo eolico". Parole sante, per un ambientalismo che punti a uscire dalla sua nicchia per diventare "politica generale". Ad allargare l' azione sociale e anche la propria base di consenso. (sabato@repubblica.it) - GIOVANNI VALENTINI

 
 

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