Rassegna stampa - Energie rinnovabili 29-09-2009

Tagliare o raffreddare: i partiti degli esperti

È sulle soluzioni che le ricette divergono: da quelle drastiche - profeta il Premio Nobel Al Gore - fondate soprattutto sull' allarme e sul tagliamo le emissioni costi quel che costi a quelle più articolate del Copenhagen Consensus di Bjorn Lomborg, che mettono al primo posto soluzioni di raffreddamento alternative. Il Potsdam Institut - assieme ad altri centri di ricerca, per esempio l' Università di Oxford - sostiene che anche le proposte più aggressive di limitazione delle emissioni di gas serra nei prossimi anni non saranno sufficienti a evitare di oltrepassare la barriera dei due gradi. Oltre a ridurle drasticamente occorrerà fare altro, o cambiare addirittura strada. È su questo che le differenze sono enormi. Greenpeace e in parte il Wwf sostengono che il surriscaldamento globale sia il primo problema e si debba fare di tutto per fermarlo, anche a costo di rallentare l' economia. Non lontano da questa posizione è Sir Nicholas Stern, consulente del governo britannico. Dice che spendere l' uno o il due per cento del Pil mondiale per evitare la catastrofe è un affare, se si considerano i costi che una crescita fuori controllo della temperatura provocherebbe. Sir Nicholas è apprezzato dai paladini della guerra totale ai cambiamenti climatici, meno dall' industria perché il costo del semplice taglio delle emissioni sarebbe enorme. Altrettanto radicale, Jeremy Rifkin che arriva a sostenere la necessità di cambiare i consumi alimentari dell' Occidente, perché l' agricoltura, in particolare la produzione di carne, «sono la seconda fonte di gas serra, dopo il riscaldamento domestico e prima dei trasporti». Anthony Giddens - uno dei grandi sostenitori della terza via in politica - critica invece gli allarmisti climatici, dice che sulle paure non si costruisce il consenso necessario per interventi seri, meglio puntare su idee positive per il futuro che affrontano il global warming ma non condannano il mondo a rinunciare alla crescita economica. Su questa linea, ma più radicale, è il Copenhagen Consensus, il think tank diretto da Bjorn Lomborg. All' inizio di ottobre, pubblicherà una ricerca sui metodi migliori ed economicamente sensati per ridurre il surriscaldamento globale, risultato di una commissione composta da premi Nobel come Vernon Smith, Thomas Schelling, Finn Kydland e eminenti studiosi come Nancy Stokey e Iagdish Bhagwati. Sostengono che i soli tagli alle emissioni costano troppo e quindi non si troverà un accordo serio alla conferenza di Copenhagen: la strada giusta è puntare su tecniche di raffreddamento del pianeta, tipo la creazione di nuvole sull' Oceano Pacifico, e intanto investire su tecnologie alternative ai combustibili fossili: strade meno costose e più efficienti. Lo scontro, insomma, non è più sulla realtà del surriscaldamento: è sull' inevitabilità di diventare più poveri per contrastarlo.

Danilo Taino

 
 

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