Rassegna stampa - Eurosolar 23-09-2009

L' Italia e le grandi alleanze del gas

Rinvii il prelievo, e la vendita, confidando nell' anno successivo. Ma se le cose stanno così, perché il monopolista francese dell' energia nucleare Edf, a ruota del recente vertice Parigi-Mosca, ha confermato di volere entrare (con il 10%) nel South Stream, il progetto di gasdotto Eni-Gazprom che scavalcando la «riottosa» Ucraina sbucherebbe dal Mar Nero nei Balcani? E come mai, subito dopo, il nuovo ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, è tornato a battere sul tasto dell' eccessiva dipendenza energetica europea, e italiana, da Mosca? Sarà anche stata una coincidenza tra impegni già presi, ma pochi giorni dopo le affermazioni di Thorne, il capo dell' Eni, Paolo Scaroni, partiva per gli States. Dove ora torna per parlare domani all' Onu sul clima. Consumi in picchiata e crisi, a quanto pare, non servono a frenare la grande partita del gas, che prosegue a pieno ritmo. E anche se può sembrare paradossale, i grandi gruppi si stanno attrezzando per affrontare uno degli effetti perversi della recessione, il timore di forti tensioni su disponibilità e prezzi dell' energia che potrebbero concretarsi nei prossimi anni. Un' esagerazione? Non tanto se si pensa che la crisi ha causato la cancellazione o il ritardo di parecchi progetti di esplorazione nel petrolio e nel gas: cinquantacinque secondo l' International Energy Agency. Riavviarli e portarli in produzione richiederà tempo, e il timore è che lo sfasamento tra la ripresa e l' arrivo dei nuovi idrocarburi - non prima di 4-5 anni - possa essere fonte di guai seri. Le compagnie europee, così, si muovono in anticipo o rinsaldano vecchi legami: quelli di Eni e dei tedeschi di E.On con Gazprom sono storici e si sono rinnovati di recente. Gaz de France guarda al progetto del Nord Stream, il gasdotto sottomarino dalla Russia che taglierebbe fuori i Paesi baltici e la Polonia. Vorrebbe una quota del 9% e già vi si trovano gli olandesi di Gasunie, E.On e Basf. Ma le utility cercano anche di mettersi in tasca dei giacimenti veri e propri, non solo contratti di fornitura. L' hanno dichiarato la stessa E.On, Rwe, GdfSuez, che per questa via puntano più o meno al 10% dei propri bisogni. Persino l' Enel ha da poco creato una struttura per l' upstream, che ha acquistato un pezzo di concessione in Egitto (con Total) ed è in lizza per i pozzi padani e adriatici messi in vendita dall' Eni. La stessa Edf lo scorso anno non ha rinunciato a spendere 300 milioni di euro per assicurarsi attività gas nel mare del Nord, malgrado stesse facendo shopping costoso nel nucleare, comprando British Energy e Constellation. L' ingresso in South Stream, unito a una congrua fornitura pluriennale di gas da Gazprom, rientra dunque in questo scenario. Edf vuole costruire qualche centrale a gas in casa propria, e in Europa ha controllate che lo userebbero, da London Energy a Enbw in Germania e Edison in Italia. È a questo punto però che la faccenda inizia a diventare un po' più «politica». La mossa francese sul gasdotto Eni-Gazprom è in qualche modo obbligata se si pensa ai difficili rapporti tra Francia e Turchia, dove dovrebbe passare invece Nabucco, il gasdotto concorrente sponsorizzato dall' Ue e benvisto dagli Stati Uniti. Da tempo il presidente francese Sarkozy si oppone all' ingresso di Ankara nella Ue, una posizione che costituisce un ostacolo anche per i suoi rapporti con Barack Obama. Ruggini che non riguardano invece la cancelliera Angela Merkel, che in vista delle elezioni di fine mese si è ben guardata dal contrariare la minoranza turca. Così, oltre al Nord Stream, la Germania legata a doppio filo con Gazprom si può concedere anche una presenza in Nabucco tramite l' altro colosso Rwe, mentre la francese Gdf-Suez si è vista sbattere la porta in faccia dal consorzio. Alla fine, però, il pericolo è che tutte le strade del gas portino a Mosca. Di questa prospettiva si è occupato, ad esempio, uno studio del Center for Eurasian Policy dell' Hudson Institute («Security aspects of the South Stream project») messo a disposizione qualche mese fa del Parlamento europeo. In attesa dello sdoganamento delle enormi riserve irachene e iraniane, dove dovrebbe pescare Nabucco, e considerando che l' area del Caspio è condizionata dai veti russi (come nel caso di una pipeline che ne attraversi le acque), gli scenari più realistici di forniture prossime venture riconducono a Mosca, a Gazprom e alla capienza delle sue risorse. Il gas di South Stream (60 miliardi di metri cubi l' anno) sarebbe per lo più sostitutivo di quello che ora passa per l' Ucraina, si aggiunge, un fatto che metterebbe Kiev alla mercé energetica (e quindi politica) del potente vicino. Qualche dubbio sulla trasparenza, si chiede per inciso l' Hudson Institute, potrebbe nascere dall' aver scelto la Svizzera come sede della joint-venture per il gasdotto. Ecco perché gli Stati Uniti, e l' ambasciatore Thorne, suonano pervicacemente la nota della sudditanza energetica dal Cremlino. Con quale genere di pressioni? Senza arrivare a «inviti» più o meno informali a Washington o all' ambasciata di Via Veneto, come ricorda qualche ex consigliere dell' Eni, non si può dimenticare che più del 10% del capitale del Cane a sei zampe fa capo a fondi nordamericani. E proprio di recente il newyorchese Knight Vinke (proprietario dell' 1%) è uscito allo scoperto chiedendo una separazione delle attività del gruppo, sostenendo, tra l' altro, che su queste faccende sia arrivato il momento di un «informato dibattito su dove veramente stia l' interesse nazionale italiano». Visto da Est, invece, il rinnovato asse energetico con Parigi costituisce per Mosca un' altra apertura di credito dopo le relazioni «speciali» instaurate con Roma e Berlino. In particolare, un secondo partner occidentale come Edf nel South Stream rende il progetto più solido. Dello stesso effetto, peraltro, potrebbe godere anche l' Eni: gli strali americani dovrebbero rivolgersi anche ai francesi, mentre con la loro presenza sarebbe condivisa una parte degli investimenti preventivati, che sono nell' ordine dei 20-24 miliardi di euro per un' opera tecnicamente complessa nel tratto a duemila metri di profondità, e che potrebbero lievitare a scapito dell' economicità della materia prima e delle tasche dei consumatori. Anche se a beneficiarne potrebbe essere la Saipem, il dibattito interno al gruppo petrolifero sull' opportunità o meno di un impegno così gravoso non pare del tutto chiuso, e sarebbe oggetto di qualche dubbio dei consiglieri indipendenti. Il calendario per la realizzazione del South Stream non è fissato strettamente, ma dopo la conclusione dello studio di fattibilità (l' anno prossimo?) il nodo dell' investment decision verrà al pettine. E con esso la controprova delle grandi manovre di oggi. Stefano Agnoli RIPRODUZIONE RISERVATA MOL TRANSGAZ BOTAS BULGARGAZ EN-GAZPROM OMV RIVE

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